Mostra di Arch. Csaba Molnár DLA, 2019

A proposito di una mostra

Col passare del tempo ci si rende conto di non poter distaccarsi dall’ambiente in cui viviamo, il nostro essere si fonda col il mondo dove nasciamo. Ci rendiamo conto di dover appartenere a qualcosa, e ciò si capisce soprattutto quando si cerca di scoprire il suo motivo. Diventiamo curiosi di sapere perché siamo diventati così, da dove sorgono le nostre peculiarità e come si fondano in noi. L’appartenenza a qualcosa e/o a qualcuno significa anche partecipazione, atteggiamento coerente e solidale che in tempi migliori abbiamo anche provato ma oggi sarebbero da imparare, sviluppare e approfondire.
In passato esisteva lo spirito del tempo a definire il comportamento delle persone. Forse sapevano meno del mondo ma lo conoscevano meglio. Perché parlavano la stessa lingua e si capivano. E la base della comprensione non era solo la logica fenomenologica della lingua. Si conoscevano le norme generali o almeno si aveva occhio e orecchio per le regole e le cornici dettate dallo spirito del tempo. Quindi, si era conscio che cosa si poteva o che cosa si doveva fare nel corso della breve vita. Nelle arti lo spirito del tempo si manifestava attraverso gli stili. Lo stile dettava austerità, rigore e nello stesso tempo definiva i limiti morali ed estetici del comportamento. Lo spirito del tempo rispecchiava quell’ordine trasparente e unitario presente a tutti i livelli della vita in cui tutto aveva un suo posto e in cui anche le azioni corrispondevano a questa regolarità.

Per oggi questo senso della proporzione è venuto a mancare, come anche l’umanità ha perso il carattere armonico. Non ci sono più sistemi di regole validi all’architettura, alle arti, alla totalità della vita capaci di offrire cornici dentro le quali praticare libertà. Oggi l’architettura o le arti non hanno più un significato omogeneo, non c’è più un linguaggio compreso e parlato da tutti. L’architettura non può più essere classificata e nemmeno descritta secondo categorie di stili. Le regole degli stili, compresi nel significato tradizionale, per oggi sono scomparse. Definire le regole oggi è compito dell’architetto creativo. L’aspetto più importante della creazione delle regole consiste nel fatto che è l’architetto stesso che, in base alla sua intelligenzia e intuizione, deve scegliere la regola da applicare che trova più idonea alla sua personalità. L’architetto può contare solo a se stesso nella scelta. Non c’è regola quale regola scegliere. Nell’epoca degli stili individuali è diventata determinante la personalità dell’architetto. Nello stesso tempo l’opera realizzata parla per sé e la personalità del creatore ci si manifesta solo indirettamente.
L’architettura è il gioco più sofisticato che si può fare con lo spazio, con il volume e con la materia. Per me l’accento è sul gioco perché, spinti dagli interessi, sfruttiamo le possibilità che si presentano. Se non si è curiosi del compito, mancano le idee creative e al massimo ci riduciamo a copiare esempi già esistenti. Se invece si è curiosi del compito, si riesce a creare architetture capaci di diventare uniche e personalizzate.

Ovunque nel mondo le condizioni, le possibilità sono differenti e anche le persone sono diverse. Tutto esige reazioni e risposte particolari. Bisogna rendersene conto per capire che cosa si può creare nei determinati posti e con quale gente si può lavorare. Solo così acquista un senso la nostra nozione.

L’architettura significa conoscenza e comprensione e comportamento. Oggi sappiamo che la conoscenza, la comprensione, la conservazione e la trasmissione alle generazioni future delle epoche storiche possono essere strumenti importanti per la sopravvivenza dell’umanità. Il nostro tempo proclama la teoria di „tutto è libero”. Ma in un mondo in cui „tutto è libero”, come dobbiamo comportarci?
Il comportamento è studiato dalla psicologia dal punto di vista sociale e individuale: quanto ci aderiamo alle tradizioni, ai costumi, alle regole o al contrario, quanto ci distacchiamo da queste norme. L’architetto, oltre ai sopraddetti, si assume un atteggiamento nei confronti dell’uomo (committente, costruttore o fruitore del suo edificio), e, non per ultimo, nei confronti di se stesso quando nel preparare i suoi progetti cerca di realizzare le sue idee. Il comportarsi nell’architettura riguarda l’adesione e l’adattamento che poi si aggrava sulla responsabilità dell’architetto. Tale responsabilità ci spinge ad affermare che qualsiasi passo nella progettazione architettonica esige una meditazione etica. Ciò diventa chiaro quando si capisce di poter agire in tanti modi diversi. Ma si fa una scelta. In condizioni ristrette ci si rende conto delle proprie capacità, se essa è equivalente a quella che ci si immagina. Qualche volta capita di realizzare cose buone per sofferenza.

Si crea qualcosa dal nulla. L’idea del necessario insieme con il sufficiente per me è presente nell’architettura rurale, anche se ogni soluzione è unica. L’architettura rurale è capace di rappresentare l’identità anche in cornici molto limitate. Nel mio pensiero architettonico è sempre più presente il rispetto del lavoro manuale, abituale e non la superiorità intellettuale. Ritengo più importante conoscere la gente e, attraverso loro, il mestiere. Sono essi a costruire le case. E anche per noi sono essi le basi per costruire la nostra personalità. Sono convinto che con questo atteggiamento si potrebbero dare risposte validi a tantissime domande importanti. Oggi l’architettura subisce una grande paraclasi perché si è distaccata dalle soluzioni usuali. E guardando le antiche culture capaci di realizzare una casa con materiali e strumenti semplici a disposizione, penso che dovrebbe essere questo l’insegnamento agli architetti. La soluzione migliore è sempre quella che una comunità – in base alle sue esperienze – è capace di realizzare.

luglio 2019

Arch. Csaba Molnár
premio Ybl

 

Centro culturale – Fertőd, villa Esterházy, ricostruzione del complesso architettonico della Castalderia Centro culturale – Fertőd, villa Esterházy, ricostruzione del complesso architettonico della Castalderia

Antefatti storici
La costruzione della villa a Fertőd è legata agli Esterházy, una famiglia nobile ungherese emersa verso la fine del secolo 16. Miklós e suo figlio, Pál hanno arricchito la famiglia e reso influente nella vita politica ed economica dell’Ungheria. Pál nel 1711 ricevette dall’imperatore asburgico il titolo di principe esteso a tutti i membri maschi della famiglia. Il primo edificio era un palazzo di caccia costruito sui progetti di Anton Erhardt Martinelli negli anni 1720 su commissione di József Esterházy. La trasformazione dell’edificio originale a una villa prestigiosa era idea di suo figlio, Miklós Esterházy, detto „il Magnifico”, importante patrone della cultura che, dopo una sua visita in Francia, decise di realizzare la „Versailles Ungherese” („Magyar Versália”). I lavori cominciarono negli anni 1760 e terminati per la metà degli anni 1770.

Il complesso architettonico è opera di diversi architetti come Nicolas Jakoby, Melchior Hefele e Johann Ferdinand Mödlhammer. Il parco attorno alla villa allora era uno dei giardini barocchi più grandiosi dell’Europa atto ad organizzare in un’unità anche il paesaggio circostante. Del complesso facevano parte il Teatro all’Opera, costruito per il 1768, il Teatro delle Marionette, costruito negli anni 1770, la Casa della Musica nonché il maneggio con le stalle e diversi altri padiglioni. Il Teatro delle Marionette, finemente decorato e attrezzato con la più moderna tecnica di allora, quindi una vera attrazione, era collegato con l’Aranciaia, la Torre d’acqua e con la Casa del castaldo. Nel 1773 Maria Teresa ha visitato la villa, per accoglierla nel Teatro delle Marionette è stata presentata con marionette l’opera di Haydn Philemon e Baucis.

Il periodo di splendore della villa durò quasi vent’anni. Dopo la morte di Miklós Esterházy l’erede, Antal nel 1790 si trasferì a Kismarton (Eisenstadt) e ciò comportò con sè una decadenza di Eszterháza. Antal sciolse l’orchestra di Haydn, non curò né la villa né il parco, le fonti d’epoca descrivono il complesso in degrado. La seconda guerra mondiale e anche il dopoguerra hanno ultimato i danni spesso irreversibili. Nel 1957 è iniziato un restauro che, soprattutto per motivi finanziari, dura tutt’oggi.

Stato della Castalderia prima dei lavori di restauro
Il complesso della Castalderia, come anche tutti gli edifici di servizio, ha subito ancora più danni rispetto alla splendida villa. L’incuria e le continue trasformazioni dovute al cambiamento di funzioni spesso hanno causato danni irreversibili. Il Teatro delle Marionette ha funzionato solo per qualche decennio. All’inizio del Novecento è stato trasformato in deposito prima per armi poi per grano. La Torre dell’acqua è stata demolita, l’Aranceria è diventata un silo. La Casa della Castalderia ultimamente ospitava un collegio che, ovviamente, esigeva trasformazioni notevoli negli spazi interni. L’edificio di un piano che collegava la Casa della Castalderia e il Teatro delle Marionette è rimasto in piedi ma in cattivissimo stato, mentre quello di un piano tra la Casa del castaldo e il Teatro delle Marionette, nonché la Torre dell’acqua tra il Teatro delle Marionette e l’Aranceria sono scomparsi. Non è rimasto traccia nemmeno dello splendido giardino barocco.

Programma della progettazione
La Sopraintendenza Nazionale (Műemlékek Nemzeti Gondnoksága) ha preparato per il 2009 il concetto di riutilizzo esteso per tutto il complesso monumentale in base a un piano unificatorio. Il programma della progettazione, redatto secondo quest’idea, volutamente ha tenuto in considerazione la possibilità di effettuare la ricostuzione degli spazi e dei volumi di valore storico rimanendo fedele il più possibile all’originale per cui si serviva dei risultati delle ricerche scientifiche effettuate sul luogo e in archivi. Inoltre, riteneva importante aggiungere a questo straordinario monumento elementi funzionali realizzati con gli strumenti più moderni dell’architettura contemporanea.

La ricostruzione del complesso della Castalderia è stata preceduta da un’accurata ricerca archeologica e scientifica durata per anni. Emerge il lavoro di rilievo molto dettagliato del Teatro delle Marionette effettuato col metodo dello studio della costruzione. Questo lavoro è stato svolto dai docenti (Arch. János Krähling, Arch. Balázs Halmos e Arch. Csaba Fekete J.) e studenti del Dipartimento di Storia e Restauro del Politecnico di Budapest che hanno svelato la serie delle trasformazioni, ritrovato tracce e frammenti dello stato originale dell’edificio. Ciò permetteva di ricostruire teoricamente il fabbricato uguale a quello come si mostrava nel periodo di Miklós Esterházy „il Magnifico”, e ciò costituiva il documento base per il lavoro della progettazione.

Il programma della progettazione fin dall’inizio prevedeva diverse fasi del lavoro da una parte per motivi finanziari e dall’altra perché lo studio accurato della storia architettonica dell’edificio richiedeva tempo. Il programma architettonico redatto dalla Sopraintendenza pretendeva l’adesione più possibile alle funzioni originali del complesso. In questo modo il Teatro delle Marionette doveva diventare una sala da concerto, l’Aranciaia uno spazio per varie manifestazioni oltre ad ospitare il giardino d’inverno, si progettava la ricostruzione della Torre d’acqua nella quale si doveva realizzare a pianoterra uno spazio per proiezioni a 360 gradi, al piano di sopra, invece, uno spazio per la meccanica. Nell’ala di un piano verso la villa si chiedeva di creare uno spazio per accogliere i visitarori mentre nell’altra ala di formare spazi al servizio dei musicisti. Al pianoterra dell’edificio di due piani della Castalderia da un lato doveva essere realizzato uno spazio per il pubblico e dall’altro dovevano essere collocati i camerini dei musicisti, il primo piano, invece, doveva ospitare gli uffici per l’amministrazione di tutto il complesso monumentale. Le funzioni originali e quelle nuovamente affidate ai singoli corpi, quindi, erano in sintonia che era di aiuto per concepire il progetto della ricostruzione del complesso e per realizzarlo in modo sistematico e coerente.

Concetto architettonico
La Villa Esterházy a Fertőd e il suo ambiente costituiscono un’eredità materiale, culturale e spirituale, rappresentano il luogo più importante del mecenatismo aristocratico in Ungheria dell’età moderna. Inoltre, la villa rappresenta il più rilevante esempio delle ville barocco-rococò sul territorio dell’Ungheria. Si tratta di un’unità comprendente gli edifici, il giardino e il paesaggio, corrispondente allo spirito d’epoca, ideata e realizzata secondo la volontà dell’eminente personaggio aristocratico, protettore della cultura, Miklós Esterházy, detto “il Magnifico” (Fényes). In conseguenza il complesso della casa della Castalderia, considerabile dépandance, mostra la stessa qualità della villa. Progettare la ricostruzione è stato difficile non solo perché il complesso ormai in rovine presentava solo poche tracce del suo splendore di una volta ma anche perché nel corso dei secoli alcuni elementi sono assolutamente scomparsi. La ricca storia e lo status nell’eredità nazionale dell’edificio pretendevano un atteggiamento particolare e di grande responsabilità dall’architetto. Considerando questi fatti si pongono le questioni sulla misura dell’adesione e dell’adattamento (in questo caso del completamento) nonché sullo speciale atteggiamento da parte dell’architetto nel concepire il programma della progettazione.

Nel caso del restauro di un monumento artistico, considerando le carte internazionali riguardanti la tutela dei monumenti, le possibilità dell’architetto sono abbastanza definite. Nello stesso tempo, accettando il fatto di vivere nell’epoca degli stili personali, malgrado le norme delle carte internazionali il modo e la gestione delle ricostruzioni possono assumere grande varietà. Dipende dall’architetto quanto si tiene alle limitazioni o quanto rompe le cornici stabilite, quanto può essere ancora accettabile il suo intervento dal punto di vista teorico, professionale ed etico.
Il nostro approccio di concepire il lavoro è stato facilitato dal fatto che gli strati storici e le esigenze del committente si combaciavano. In questa situazione abbiamo deciso di ricostruire il più possibile anche in modo che il nostro intervento non impedisse nessun altro completamento da effettuare nel futuro in base ai risultati ulteriori delle nuove ricerche o nuove funzioni.

Abbiamo dovuto affrontare due compiti importanti molto difficili. Il primo edificio da restaurare era il Teatro delle Marionette volume e l’architettura esterna del quale erano assolutamente recuperabili, mentre negli spazi interni, oltre ai fondamenta dei muri interni e all’orchestra, praticamente non c’era più nessun altro elemento ripristinabile. Il secondo compito consisteva nella ricostruzione dell’ala di un piano che collegava la Casa della Castalderia e l’Aranciaia. In base alla simmetria praticata nel barocco sarebbe stato palese costruire un elemento identico a quello rimasto di fronte. Invece, per le continue trasformazioni dell’edificio della Castalderia si dovette affrontare una situazione particolare. In ambedue i casi si poneva la domanda come far relazionare il nuovo con il vecchio. Per regolare l’accostamento è stata scelta la geometria. Nel caso del Teatro delle Marionette la geometria dipendeva dallo spazio interno, nel caso dell’ala di un piano dagli edifici allegati. La geometria formulava disciplina, rigore e regole che generavano introduzioni rigorose (nel primo caso nello spazio interno, nel secondo nel volume dell’esterno) diventate simili allo spirito delle composizioni barocche. In conseguenza le costruzioni nuove non stonano con quelle originali ma mostrano armonia come se la mano dell’architetto fosse stato guidato dallo spirito originale.

 

 

Centro di accoglienza per visitatori - Somogyvár, Kupavár-hegy, Memoriale Nazionale San LadislaoCentro di accoglienza per visitatori - Somogyvár, Kupavár-hegy, Memoriale Nazionale San Ladislao

Antefatti storici
L’abbazia di Sant’Egidio è un castello di terra situato sul piano del monte Kupavár presso Somogyvár. Fu costruita sul territorio del gastaldato costituente il centro della regione Somogy. Per la leggenda il territorio era posseduto dal principe Koppány e sulla cima del colle fin dal secolo 11 esisteva una piccola cappella. Secondo una copia eseguita nel secolo 12 della bolla originale il monastero fu fondato nel 1091 dal re San Ladislao. Somogyvár fu una filiale dell’abbazia benedettina francese di Saint-Gilles, dalle annotazioni emerge che Odilo, l’abate stesso del monastero dei benedettini francese partecipò alla fondazione dell’abbazia. I benedettini francesi dirigevano l’abbazia di Somogyvár fino al secolo 13. La chiesa era la più grande chiesa benedettina nell’Ungheria medievale, i suoi spazi sono dipartiti secondo l’abituale tipo delle chiese benedettine romaniche. La chiesa è a tre navate con tre absidi rivolte ad Est e dalla parte Ovest con due torri laterali. Nei particolari, similmente alle chiese romaniche di Pécsvárad, Pannonhalma e Pécs, mostra analogie con le chiese medievali della Francia. Le pietre scolpite e i pezzi ritrovati dell’edificio conducono all’attività di scalpellini e muratori di cultura francese e norditaliana.

L’abbazia per lungo tempo era un centro religioso e laico importante dell’Ungheria medievale. Il suo splendore finì con l’arrivo dei turchi. Nel corso delle battaglie contro i turchi fu trasformata in fortezza difensiva. Dopo la cacciata dei turchi il territorio, compesa anche l’abbazia, si è spopolato, i resti del castello furono utilizzati per secoli dagli abitanti rimasti per le loro nuove costruzioni.

Stato originale
Il Centro di accoglienza per i visitatori stranamente è stato ideato in un ambiente naturale intatto relativamente lontano dalle rovine dell’abbazia. Il paesaggio collinoso è articolato da zone di foreste e da campi coltivati. Oltre alla distanza costituiva una difficoltà che, per via della differenza di livello tra le rovine sulla cima del colle Kupavár e il posto indicato per il Centro di accoglienza per i visitatori molto più in basso, non c’era possibilità di collegamento visivo tra i due luoghi. L’unico punto da dove si poteva collegare visivamente l’abbazia e l’edificio di servizio era il belvedere sulla cima del colle, costruito originariamente per vedere le rovine della chiesa. Nello stesso tempo questo prisma offriva un punto di riferimento ai visitatori per capire fin dove arrivare per raggiungere l’abbazia. Dal punto di vista archeologico il luogo non mostrava difficoltà, ma conviene ricordare che ai tempi della costruzione dell’abbazia arrivava fin qui l’acqua del Balaton che tutt’ora rende la terra poco asciutta in alcuni punti.

Programma della progettazione
Nel 1991 il territorio con le rovine plurisecolari è stato dichiarato „Luogo di memoria nazionale” ed aperto al pubblico. Fondi dell’Unione Europea permettevano di realizzare un centro di accoglienza per i visitatori nella vicinanza dell’abbazia destinato a presentare la storia dell’abbazia e del suo fondatore San Ladislao nonché capace di ospitare anche manifestazioni di vario tipo.

Il programma del progetto è stato ideato e redatto dal Centro Nazionale per la Tutela dell’Eredità Culturale Gyula Forster (Forster Gyula Nemzeti Örökséggazdálkodási és Szolgáltatási Központ) insieme con il Municipio di Somogyvár. Esso prevedeva una grande sala per esporre reperti derivanti dall’abbazia e due sale più piccole adatte per varie attività come pedagogia museale, lezioni per scolari e convegni. Ciò definiva la realizzazione del fabbricato da emergere che doveva corrispondere alla polifunzionalità. Si pretendeva di realizzare un grande spazio presso il fabbricato adatto ad accogliere manifestazioni, completato con i servizi necessari. La nuova costruzione doveva essere collegata con le rovine dell’abbazia attraverso un sentiero tracciato sulla collina tra gli alberi.

Concetto architettonico
Per la progettazione del centro di accoglienza per i visitatori ritenevamo importante prendere in considerazione il luogo, lo spirito del luogo che significava non solo capire le energie e le possibilità del sito ma anche la forza della fede e dell’ordine dei benedettini che tutt’ora presente nell’abbazia. Ciò è trasmesso tutt’oggi dai resti degli spessi muri della chiesa situata sull’altopiano. Quando San Ladislao decise di fondare un’abbazia per i benedettini, i capomastri ideavano una geometria astratta da inserire nel paesaggio reagendo agli elementi importanti dell’ambiente di allora. Lo abbiamo considerato per assumere un atteggiamento adeguato alle condizioni e alle possibilità. Volevamo inserire nel paesaggio un edificio di forte identità, pur non visibile, capace di evocare le rovine dell’abbazia di una volta. Si pensava a una “rovina completata” capace di collegare – attraverso la sua rigida geometria, i suoi materiali e spazi – passato e presente. Rende curiosa la situazione che dal belvedere collocato vicino alle rovine dell’abbazia si apre una visione sia sui resti della chiesa che sul nuovo edificio del centro di accoglienza per i visitatori. In questo modo le relazioni spirituali, a prima vista forse poco evidenti, guardando attorno dal belvedere diventano visive e concepibili. Un'altra relazione spirituale e fisica è costituita dal sentiero che collega il sacro, ossia l’abbazia, con il profano, ossia l’edificio per accogliere i visitatori. Così il complesso offre una perfetta possibilità per la preparazione e la meditazione spirituali.